Educatore: una professione in divenire.
L’ascesi come “antidoto al conformismo”

Ascesi significa dunque l’esercizio nel coraggio di attenersi a se stessi, di pensare con la propria testa, di formarsi da sè un giudizio, di guardare con i propri occhi, di dar forma con le proprie mani al proprio ambiente.

Citazione tratta dal libro “Etica” di Romano Guardini

“Ascesi”: una parola che potrebbe sembrare fuori moda ma è di grande attualità.

L’imprevisto

Ho sempre pensato che una programmazione ben costruita fosse un elemento di forza nel mio lavoro: consideri tutte le variabili possibili, studi i gruppi di lavoro tenendo conto delle attitudini personali e della compatibilità tra i componenti del gruppo, valuti le priorità in riferimento alle scadenze di consegna dei prodotti, introduci una rotazione nelle varie attività per evitare la ripetitività e la noia, ascolti le richieste degli operatori e cerchi di far quadrare il tutto. Consegni il programma settimanale perchè venga messo in pratica e ti accorgi che viene costantemente cambiato… E ti arrabbi perchè tutto il tuo bel lavoro sembra non essere servito a nulla!

Ho riflettuto molto su questa mia esperienza pregressa e l’ho analizzata alla luce di ciò che ho appreso nel corso di filosofia dell’educazione: Vanna Iori ha messo in crisi i miei vecchi schemi, rivalutando l’imprevisto come “opportunità educativa”, anzichè come ostacolo.

… il programma viene sempre “messo alla prova”, in ogni procedere, dalla situazione viva e reale degli effettivi processi interattivi. (…)

L’inatteso fa parte del poter essere che rimarrebbe pura astrazione se non si traducesse in una reale possibilità di scelta che richiede la messa in atto di strategie differenti da quelle programmate.

La programmazione è in definitiva un utile strumento di lavoro educativo purchè non venga intesa in modo rigido o immutabile, ma in continuo dialogo con il progetto che la sottende.

Tratto da: IORI Vanna, Filosofia dell’educazione. Per una ricerca di senso nell’agire educativo, Milano, Guerini e Associati, 2000, pp.142-143

Ancora … Riflessione

“Non c’è apprendimento senza trasformazione e non c’è trasformazione se non c’è riflessione” (appunti dal corso di Pedagogia sociale e di comunità II).

Avendo ripreso gli studi dopo un lungo periodo dedicato al lavoro, ho constatato che il mio modo di apprendere è cambiato profondamente rispetto a quando ero giovane. Alla fatica di focalizzare l’attenzione e di esercitare la memoria, si aggiunge quella di mettere in discussione le convinzioni  ed i criteri utilizzati per tanto tempo e divenuti ormai degli “schemi di significato”. Apprendere significa aprire la mente a nuove conoscenze e integrarle con quelle pregresse, allo scopo di aggiornarle per far fronte in modo adeguato alle esigenze del contesto in cui operiamo, che sono in costante cambiamento.

Per poter avere la forza di dare spazio e senso ad un nuovo apprendimento, che possa trasformare le vecchie prospettive (…), noi dobbiamo attivare una riflessività intenzionale, sistematica e aperta al cambiamento, non timorosa del senso di smarrimento che potrebbe cogliere chi si avventura su di un terreno nuovo. Questo terreno nuovo può spaventare perchè ci fa incontrare la fatica di pensare, che porta con sè il richiamo alla riflessività, oppure può rappresentare la necessità di affrontare angoli bui, che toccano il concetto di sè, per evitare i quali ricorriamo anche all’autoinganno.

Tratto da: Figure dell’apprendimento, riflessioni e testi a cura del prof. Lorenzo Biagi

Il mio cielo

Un giovane amico mi ha suggerito di cambiare tema al mio blog, giudicandolo poco accattivante. Ringrazio questo amico, perchè le critiche anche se a volte possono infastidirci, ci aiutano a vedere le cose anche dal punto di vista altrui.

Il blog è il mio diario, uno spazio in cui condivido riflessioni personali e spunti relativi alla professione dell’educatore e come tale non intende rivolgersi ad un grande pubblico, ma a chi si pone in un atteggiamento di ricerca e riesce a fermarsi su un blog anche se poco attraente, perchè vi coglie qualcosa di interessante.

Lo sfondo azzurro del mio blog rappresenta il mio cielo, il cielo in cui volo con ali artificiali, portata dal mio aereo, ed il cielo in cui volo con la mia mente, portata dalla sete del sapere e dalla profondità della riflessione.

Ecco perchè scelgo di non accogliere il suggerimento del mio giovane amico.

Educare in presenza o dietro una scrivania?

Studiando discipline, quali la filosofia dell’educazione e l’educazione preventiva, ho preso consapevolezza di un aspetto che non ha assolutamente nulla di scontato: l’educazione avviene solo nella relazione. Il lavoro dell’educatore, in alcuni contesti si svolge prevalentemente dietro una scrivania: l’educatore organizza le attività, predispone il programma in base al quale gli operatori e gli utenti si turnano nei vari gruppi di lavoro, organizza gli incontri con le famiglie e con i servizi, elabora e compila schede di valutazione e di verifica, scrive verbali, legge il diario di lavoro tenuto dagli operatori, tiene aggiornate le cartelle degli utenti, monitora i progetti personalizzati, tiene colloqui con gli utenti (in ufficio), coordina le riunioni di gruppo e quelle di equipe … e qualche volta si siede al tavolo di lavoro accanto ad operatori ed utenti. Il lavoro organizzativo e di progettazione rischia così di diventare sterile, non essendo fondato sulla condivisione del quotidiano con utenti ed operatori.

… è necessario evitare  di trasformare una pratica in un’attività ossessivo-burocratica, paranoica e ipertecnica. Esistono variabili quali passione, ricerca, invenzione, emozione, rischio.

L’intervento educativo richiede

vicinanza, coinvolgimento, partecipazione, empatia (…), fiducia, potere, riconoscimento, distacco, asimmetria, ma anche libertà, eccezioni, ripensamenti, errori, adeguamenti, compromessi, attribuzioni e rinegoziazioni di significato, possibili solo all’interno di una “vera” relazione.

Tratto da: ROSSETTI S.A., La prevenzione educativa, Roma, Carocci editore, 2009

Poesia: Le mie lezioni di volo (di Paola Vescovi)

La poesia è un modo per condividere con gli altri il viaggio che compiamo dentro noi stessi quando riflettiamo sulla nostra vita.

Io che ho mille difetti che nessuno vede e chi li vede li considera pregi.

Io che sono sempre così perfetta, io che rispetto sempre tutte le regole e che non esco mai dalle righe.

Io a cui tutti si rivolgono quando c’è un problema, e che non ha mai paura di affrontare l’ignoto che spaventa, ed affronta sempre tutto con calma.

Io che non saprei vivere senza legare ogni avvenimento al filo della mia storia, e che aiuto gli altri a legare la propria.

Io che credo che il mio cuore sappia sempre la strada, e che credo nell’amore anche quando non c’è.

Io che quando gli altri non mi vedono sono molto diversa.

Io con un mare dentro in tumulto.

Io che mi perdo in un bicchiere d’acqua ma nessuno se ne accorge.

Io che a te non so nascondere le mie paure, io che mi spavento quando non conosco e non so dove sono, io che ho paura di Roma.

Io che smarrisco e ritrovo la strada perdendomi fuori delle regole.

Io che di notte mi ritrovo batuffolo di cotone morbido e caldo … tra le tue braccia.

Tratto da VESCOVI Paola, Sogni veloci, Ravenna, SBC edizioni, 2010

A proposito di riflessività: come ci confrontiamo con chi la pensa diversamente da noi?

Ho letto un articolo interessante nella rivista “Salute” del mese di aprile 2012, dal titolo: “ Un nuovo modo di o per … scontrarsi”, in cui si riporta l’esperienza del Comitato etico per la pratica clinica dell’ULSS 8, una pratica che supera lo scontro a favore dell’ascolto e del dialogo. Lo riporto integralmente, dato che non è ancora disponibile on line.

“E’ questa una riflessione che il Comitato etico per la pratica clinica ha sentito il bisogno di fare e successivamente, di proporla al lettore attento e sensibile.

Lo spunto nasce da situazioni vissute come esperienze dirette ed indirette che investono il nostro quotidiano: slogan inneggianti il gridare le proprie ragioni, ritenendole verità, e, spesso contrapponendole in modo arrogante e presuntuoso alle ritenute debolezze degli altri, il rapportare il proprio privato al generale ritenendolo l’esperienza più giusta e buona, per questo l’unica, piuttosto che inserirlo come umile ma significativo frammento nel generale. La propria storia non è e non può essere la storia di tutti.

Il risultato è un apparente confronto tra “rabbiosi”, mentre è raro e quasi ci sorprende quando il confronto è fonte di discussione pacata, rispettosa, di dialogo tra il dire ed il saper ascoltare.

La stessa democrazia ha messo in campo la legge della maggioranza, ma con scarsi risultati di rispetto delle minoranze o delle posizioni diverse (dittatura della maggioranza) e con il pericolo che più di una volta la maggioranza, disattendendo il bene comune, sia peggiore della minoranza.

E’ questa constatazione che stimola il Comitato Etico per la pratica clinica ad essere esso stesso “palestra” dove esercitare le voci da cui è composto, voci che sono espressione di pensieri diversi basati su valori altrettanto diversi e dove la diversità potrebbe e dovrebbe essere punto di confronto e di forza per elaborare un’idea che veda convergere queste differenze senza per questo dover abbandonare le proprie convinzioni.

Utopia? Sì, forse, ma lo stimolo è forte e da coltivare! L’esperienza maturata nel Comitato è stata ed è di non preoccuparsi innanzitutto di raggiungere l’unanimità, rischiando una convergenza al ribasso; nemmeno di produrre ad ogni costo documenti, con indicate maggioranze o minoranze, ma di realizzare un incontro di persone in cammino l’una verso l’altra; secondo uno stile in cui l’uno ricerca la ricchezza dell’altro, perché quello che l’altro ha da darmi è qualcosa che io non ho ed è molto importante ai fini della mia riflessione, riflessione che può indurmi a mettere in discussione i miei convincimenti o a rafforzarli.

E’ più importante crescere e continuare nella diversità, che arrivare ad una unanimità che non aiuta a crescere.

Riteniamo che sia più importante arricchirsi accettando la differenza, che accontentarci di una condivisione povera che rischi di lasciar cadere contenuti importanti, propri e dell’altra persona.”

Comitato etico per la pratica clinica dell’ULSS 8.

Ognuno è Ok

Nel mio percorso formativo allo IUSVE ho ricevuto alcuni stimoli molto utili per migliorare il mio rapporto con me stessa e con gli altri, in ogni campo, sia a livello personale che professionale, grazie al corso di psicologia dell’educazione.

Vorrei condividere qualche spunto tratto da: Stewart I., Joines V., L’Analisi Transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Milano, Garzanti, 2000

L’Analisi Transazionale è una teoria della personalità e una psicoterapia sistematica ai fini della crescita e del cambiamento della persona.(p.15).

L’A.T. si basa su alcuni assunti filosofici riguardo all’uomo, alla vita e agli obiettivi del cambiamento. Gli assunti filosofici dell’A.T. sono :

Ognuno è OK

Ognuno ha la capacità di pensare

Ognuno decide il proprio destino, e queste decisioni possono essere cambiate

Mi soffermerò in particolare sul primo assunto: ognuno è OK, significa che tutti abbiamo un valore ed una dignità in quanto persone. Pertanto, posso talvolta non accettare quello che un’altra persona fa, ma sempre accetto quello che è. Inoltre, nessuno è superiore ad un altro: siamo sullo stesso livello anche se i nostri risultati sono diversi o apparteniamo a razze diverse o crediamo in religioni diverse.

Può sembrare scontato, ma non lo è. Quante volte esprimiamo giudizi sulle persone anzichè sul loro comportamento? Quante volte ci sentiamo inferiori o superiori agli altri?

Educare attraverso la relazione

Il 30 marzo scorso si è tenuto allo IUSVE un interessante Seminario dal titolo: “Educatore sociale per un welfare riflessivo”- dialogo con il prof. Pierpaolo Donati.

Tra le numerose sollecitazioni, una in particolare mi ha “dato da pensare” : i bambini imparano di più dalle relazioni che avvengono tra gli educatori, che non da quello che gli educatori dicono.

Mi sono chiesta: cosa trasmettiamo ai nostri “ragazzi” disabili quando ci relazioniamo tra noi operatori in determinati modi? Credo che non poniamo sufficiente attenzione a questo aspetto. Il nostro lavoro di educatori non consiste solo nel programmare, organizzare, compilare schede, ma soprattutto nel costruire, mantenere, alimentare relazioni e in un’ottica di riflessività interrogarci insieme ai nostri collaboratori circa il nostro agire reciproco.

NOI SIAMO CIO’ CHE AMIAMO

“Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia
stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E
questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro
riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere
realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro.
E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate.
Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi.
Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in
tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni
passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non
vi accontentate”. Steve Jobs